Martedì, 24 Novembre 2015 09:11

Il tradimento secondo Alice Munro

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Ogni racconto di Alice Munro è un romanzo compresso. Nelle canoniche venti o trenta pagine l’autrice canadese sviluppa trame semplici eppure articolate, che coprono un lungo arco di tempo e perfino intere esistenze. Munro possiede la capacità d’imprimere a un brano compassato svolte drastiche, d’aprire crepacci nel bel mezzo di prati verdeggianti al punto che, se non si sta attenti, si può precipitare e nemmeno accorgersene. E’ come se Munro eliminasse da ogni vicenda umana il superfluo, ma non per questo ci parla di chissà quali imprese. Il nocciolo consiste perlopiù di sfumature, atti mancati, rinunce feconde; la memoria crea una dimensione parallela, quella che non abbiamo vissuto e che tuttavia possiamo sempre abitare rammentandola, ricostruendola, esplorandone le virtualità. Per ottenere un simile risultato Munro adopera uno stile terso e sintetico che mi obbliga a numerose citazioni: non potrei mai infatti spiegare meglio di lei ciò che lei sta spiegando a sé stessa e a noi.

Quello che si ricorda, contenuto nella splendida raccolta Nemico, amico, amante…, è emblematico di quanto detto. Avrebbe potuto svilupparsi tranquillamente su duecento pagine anziché su venti, ma la perfezione della Munro ci persuade che sia stato meglio così. Ogni grande racconto, del resto, è tale proprio perché non lascia adito a rimpianti, mentre quasi ogni grande romanzo ne è prodigo.

Meriel e Pierre, trentenni sposati, si recano alle esequie d’un amico di Pierre caduto in motocicletta. A casa del defunto conoscono il dottor Asher, che senza successo ha soccorso il ferito. Dopo la funzione Meriel vuol visitare una vecchia zia presso una casa di riposo, Pierre non può accompagnarla e si offre di farlo il dottore. Meriel dopo qualche indugio accetta, convinta da “uno sguardo tutt’altro che sgradevole: non era né audace né malizioso, e non valutativo. Ma neppure deferente per rispetto delle convenzioni.” Di qui in poi, Munro mostra uno straordinario talento per il dettaglio; si potrebbe anzi affermare che la storia (come in fondo ogni storia) sia una storia di dettagli, rimasti impressi nella memoria della Meriel anziana che ora ci parla.

Il racconto formicola d’una sensualità breve e pudica ma esplicita, perciò potente; Meriel è una moglie insoddisfatta, ridotta a “sognanti ribellioni, raduni sovversivi, accessi di ilarità che riportavano ai tempi del liceo, muffe che fiorivano sui muri a spese dei mariti, nelle ore in cui loro erano fuori” (la muffa sulla parete del matrimonio rappresenta un tocco di squisita ferocia). Asher appare enigmatico nel suo riserbo e le sue reali intenzioni risultano oscure: solo fredda gentilezza o piuttosto ricerca d’altro? E d’un tratto, dopo pagine di bonaccia, si profila una bufera che Munro centellinerà fiocco a fiocco. Meriel capisce che l’offerta dell’uomo a seguirla nella casa di cura “avesse poco a che fare con le buone maniere, e molto di più con lei. Era una proposta pronunciata con un tocco di sincera umiltà, pur senza trasformarsi in supplica.” Quindi tutto s’illumina, grazie a un’ulteriore accelerata: “Le era successo qualcosa. Provava una misteriosa sensazione di potere e di gioia, come se a ogni passo un messaggio energetico la percorresse dal tallone al cranio. Quando più tardi gli domandò: "Come mai sei venuto là dentro con me?” si sentì rispondere: "Perché non volevo perderti di vista.” Nella risposta dell’uomo – sei parole – c’è un universo di sesso, reticenza, desiderio, sfida e umiltà.

La visita alla vecchia zia è grottesca; l’anziana donna comprende gl’intenti del tizio che accompagna la nipote e nei suoi accenni espliciti vibra una disapprovazione che Meriel – a mio avviso però, Munro lascia al lettore il giudizio – interpreta come invidia. Invidia per la gioventù, la bellezza, le chances perdute. Al termine della visita Meriel e Asher si scambiano uno sguardo “segreto, attento, quasi coniugale, il cui inganno e la cui modesta intimità risultarono eccitanti per chi, in fondo, sposato non era.” Uscendo lui le sfiora la schiena con la mano, scende verso i fianchi e Meriel si rende conto d’avere il vestito incollato alla pelle madida e le ascelle sudate: è il passaggio più erotico del racconto e vi sfido a inventarne uno più efficace, dati tono e contesto. Prima dell’apice Meriel coltiva un ultimo dubbio. Vedendo Asher fumare presso la macchina in sua attesa, riflette che “quel gesto sembrava isolarlo, rivelare in lui una certa impazienza, forse la fretta di concludere una cosa e procedere verso la successiva. In quel preciso momento Meriel era indecisa se considerare se stessa come la cosa a venire o quella da concludere.”

Infine cedono l’una all’altro, in un parco, in un appartamento. A sera lui la scorta al traghetto; non si vedranno mai più e lei lo sa, così come sa che non smetterà di cullare nella mente la loro intensa e fantasmatica avventura. “Ricordava i suoi occhi grigio nocciola, la vista ravvicinata della sua pelle ruvida, il cerchio di una vecchia cicatrice vicino al naso, l’ampiezza del suo petto liscio mentre si sollevava dal suo corpo. Eppure non avrebbe saputo fornire una descrizione utile del suo aspetto.” La memoria è uno strumento ambiguo; seleziona; scarta; s’incarica di salvarci dalla disperazione e perfino dalla follia; la memoria, suggerisce Alice Munro, è soprattutto questione di volontà, quindi di scelta. Noi siamo ciò che scegliamo di ricordare.

Durante la lenta agonia di Pierre, decenni dopo, Meriel ripensa a quando seppe che il dottor Asher era morto in un incidente aereo (un richiamo all’incidente in moto dell’amico di Pierre che Asher cercò invano di salvare, i racconti di Alice Munro vibrano di richiami); e la memoria spalanca il proprio abisso. A Meriel sovviene, riemergendo dall’oscuro oceano del rimosso, il particolare più determinante, il particolare che dà la tinta alla faccenda e la significa. Un attimo prima che, quella tiepida sera di maggio, lei salisse sul traghetto, Asher le rifiutò un bacio motivando il gesto con poche, chirurgiche, gelide parole: “No. Non lo faccio mai.” Solo adesso Meriel si rende conto d’aver trascorso un tempo enorme a nutrire una fantasia già secca alla radice, d’aver concepito – benché non realizzato – un cambiamento assoluto trascurando proprio ciò che avrebbe dovuto dissuaderla dall’intraprenderlo.

Trovare un buco del genere nella propria memoria non la sconvolge poi troppo, comunque; per Meriel conta aver sperimentato certe emozioni, aver corso certi rischi e averli schivati conservandone il succo più intimo e dolce. Il suo pensiero corre al viaggio sul traghetto che la riportò a casa, dal marito, dalla quotidianità, dalla muffa sulle pareti; quando si fece notte ella s’alzò, passeggiò sul ponte e fissò il mondo circostante e il mondo dentro di lei, e le passò per la testa che “la cosa giusta da fare sarebbe stata gettarsi nell’acqua. Così com’era, grondante felicità, soddisfatta come di certo non le sarebbe capitato di sentirsi mai più, con ogni cellula del corpo gonfia di una presunzione dolcissima. Un gesto romantico che – osservato da un punto di vista proibito – si sarebbe potuto definire di una ragionevolezza suprema.”

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