Mercoledì, 21 Ottobre 2015 11:28

Cosa cerco in un romanzo

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Un incremento di vita e nient’altro. Poiché queste poche parole trascendono sé stesse dovrei evitare di spiegarle e tacere ma le sfide mi piacciono e le spiegherò, restando inteso che il mio criterio estetico, come qualunque altro e in quanto tale, è fallace e opinabile.

Sono un lettore ingordo, per gusto e necessità; poiché scrivo, leggere equivale per me a capire, allenarmi, creare. E poiché la lettura, al pari d’ogni attività umana, migliora con l’esercizio, nel tempo ho imparato a leggere ciò che s’avvicina ai miei interessi e alle mie esigenze. Tuttavia non più del cinquanta per cento di ciò che leggo mi colpisce positivamente, e di questo cinquanta per cento non più del dieci incrementa la mia vita. Significa che su cento libri letti, i decisivi si attestano sui cinque. Del resto chiedo molto, ed è normale trovare poco. Più la posta si alza, più le probabilità di vincere diminuiscono.

Ma che intendo poi per incremento di vita?

Circolano diverse maniere per spiegare la passione e il bisogno di leggere ma nessuna mi soddisfa appieno, neppure la famosa e abusata frase di Kafka – un libro dev’essere l’ascia che rompe il mare ghiacciato dentro di noi. E se dentro di noi non vi fosse ghiaccio ma fuoco? Se avessimo bisogno d’un balsamo piuttosto che d’un colpo secco? Se invece di un’ascia cercassimo una sciarpa, o un mantello dentro cui avvolgerci e scaldarci? E’ vero, spesso siamo ghiacciati ovvero assenti; ma non sempre, per fortuna. A volte siamo semplicemente confusi, magari ben svegli e in cerca di spunti.

Una versione abbastanza simile a quella kafkiana sostiene che un libro deve far male o comunque parlare del male, sconvolgerci, urtarci, turbarci (uno degli aggettivi più in voga fra i critici letterari è “disturbante”); dissento. Ho letto libri sconvolgenti ma non abbastanza seri da evitare il sospetto della gratuità (che va sempre, sempre evitato, così come va sempre, sempre evitata LA NOIA); libri che non hanno acceso in me nessuna fiamma, solo inasprito la mia disperazione – tutti ne abbiamo una che urla più o meno forte, tutti noi ospiti del nostro periferico verdazzurro fragilissimo pianeta. Sul filo del Male giocano – e rischiano – parecchi autori d’indiscussa qualità. I primi che mi vengono in mente sono Bret Easton Ellis e Michel Houellebecq: a volte tagliano, e va bene; a volte diventano macellai, e non va bene.

Un’altra corrente di pensiero afferma di cercare nel romanzo una robusta dose di “verità” o “realtà”, sottintendendo dunque di sapere cosa mai esse siano. Qui rientrano i libri che si rifanno con una certa fedeltà a fatti accaduti, pubblici o privati, individuali o collettivi. In Italia abbiamo i notevoli Elizabeth di Paolo Sortino e Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia – Gomorra, per troppi motivi, rappresenta un caso a sé. La lista comunque è lunga. Anche la cosiddetta autofiction, ovvero mentire parzialmente su di sé fingendo che ciò che si racconta sia vero (una pratica che coincide pressappoco con la nascita della letteratura, ma oggi spacciata per stupefacente novità) va per la maggiore. Io però in simili casi, proprio perché so di leggere fatti “veri” o “reali”, e proprio perché la verità storica e la realtà materiale m’interessano fino a un certo punto, proprio perché credo solo fino a un certo punto alla forza poetica della verità storica e della realtà materiale, non percepisco spesso il famoso incremento di vita. Con due eccezioni – tutto il mio discorso per fortuna è pieno d’eccezioni, non ci stiamo occupando di scienze esatte; le eccezioni sono A sangue freddo di Truman Capote e L’Avversario di Emmanuel Carrére. In entrambi i casi, leggendo, mi è successo di dimenticare che si parlasse di fatti “veri”; i due autori sono talmente bravi ad affrontare il mostro a mille teste della “realtà” che, anziché finirne divorati, liberano il surplus metafisico che sempre il mostro nasconde (ed espone). S’infiltrano, azionando una specie di flebo: la loro fantasia, goccia a goccia, scende nelle vene della realtà mescolandosi col suo sangue fino a perdervisi dentro. Un miracolo, artisticamente parlando.

Ora mi tocca infine descrivere ciò che intendo per incremento di vita. Quando leggo un libro che mi fa un simile effetto mi sento più felice di esserci, più presente a me stesso e a voi e alla natura; il mio corpo non è una prigione bensì una rampa di lancio; friggo; ho voglia di comunicare; ho voglia di raccontare ciò che ho letto al primo fesso che incontro per strada; ho voglia – soprattutto – di scrivere; e sembra che i miei pori s’allarghino e la mia mente si apra di più all’esistenza, alla terribile complessità in cui nuotiamo; e che almeno un poco la comprenda, ci intraveda un senso.

Per ottenere un risultato del genere, un libro deve incarnare ai miei occhi un perfetto equilibrio tra forma e contenuto; non può cioè parlare male di cose interessanti o bene di cose poco interessanti. Scarti di Jonathan Miles ad esempio, che ho appena terminato, affronta un tema vivo e attuale – la spazzatura intesa sia come massa informe d’oggetti sia come scoria emotiva prodotta dell’alienazione del capitalismo – ma utilizza uno stile compiaciuto ed esibizionistico. Rovina la visione appannandola con un eccesso di tecnica, un eccesso che tradisce insicurezza. E’ abile, a tratti abilissimo, ma non basta. Non m’incanta. Non gli credo. Un sacco di libri viceversa sono costruiti bene, rifiniti bene; però non posseggono un’anima, gusci belli ma vuoti. Potrebbero non essere mai stati scritti – anche la Divina Commedia e il Re Lear, ma capite cosa voglio dire, no?

Penso che lo scrittore che più appaga la mia voglia cannibalesca d’incrementare la vita (la mia povera vita di mortale intrappolato in un corpo soggetto agli ineludibili limiti dello spazio/tempo) sia Fedor Dostoevskij. Nelle sue quattro o cinque opere maggiori non solo egli affronta i temi capitali dell’esistenza – Dio, il Male, il nichilismo, la fede, l’omicidio, il suicidio, la menzogna, la crudeltà, la redenzione – con un coraggio immenso, ma lo fa tramite storie avvincenti e ad altissima tensione, piene di un furore spirituale e di un’energia che si trasmettono a chi legge con la forza d’una scarica elettrica. Dostoevskij era un noto consumatore di cronaca nera, ma per lui costituiva un trampolino; partiva da uno squallido assassinio e finiva a parlare di (e con) Satana e Dio.

Ecco cosa intendevo a proposito della verità; la verità si nasconde ovunque, anche e soprattutto nell’invenzione. Più s’inventa – dal verbo invenire, trovare – più si rischia di trovarla. David Foster Wallace, grande narratore privo dello slancio della fede (non la fede religiosa ma la fede nell’assoluto), ironizza sulla frase evangelica nel superbo Infinite Jest: “La verità ti renderà libero, ma solo quando avrà finito con te.” Dostoevskij invece fa dichiarare a uno dei suoi folli personaggi: “Se mi rivelassero che Cristo è fuori dalla verità, starei piuttosto con Cristo che con la verità.” Ecco, questo salto nel vuoto voglio compierlo anch’io, ma ho bisogno di chi mi indichi una via. Da soli è difficile e troppo rischioso. Avete presente Philippe Petit, l’acrobata francese che attraversò una corda tesa fra le Torri Gemelle un mattino dell’estate del 1974, camminando per circa un’ora su una superficie di due centimetri e mezzo a quattrocentododici metri dal suolo? Ogni romanziere che amo somiglia a lui: tende sul mondo reale il proprio esile mondo e aggiunge vita. Opera cioè un incremento che non si limita a raccontare il mondo, lo cambia. Le Torri Gemelle non ci sono più, ma l’impresa di Petit rimarrà per sempre vera.

 

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