Lunedì, 12 Ottobre 2015 15:03

Altro Johnston, altra scomparsa

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Deve vigere una legge in America: se di cognome fai Johnston e scrivi, scriverai un romanzo su un ragazzo scomparso e lo scriverai bene. Dopo Ricordami così di Bret Anthony Johnston (Einaudi Stile Libero) mi sono imbattuto in Scomparsa di Tim Johnston (Neri Pozza): nessuna parentela, solo omonimia; e benché avessi giudicato il primo assai bello – “un quasi capolavoro”, per la precisione – il secondo mi è piaciuto di più.

Non posso raccontarvi molto perché, a differenza di Ricordami così, in Scomparsa succedono un sacco di cose, tutte importanti e spesso concatenate fra loro. Due fratelli, Caitlin di diciotto anni e Sean di quindici, escono un mattino di sole per una gita in montagna, lei in tenuta da corsa e lui in bicicletta, lei bella e già sbocciata, vincitrice di gare d’atletica, lui grasso e goffo, una crisalide in attesa di capire chi essere. Lungo una strada persa fra i boschi li affianca uno strano tizio a bordo di un’auto; indossa grotteschi occhiali dalle lenti gialle e, dopo averlo scrutati, va via. Subito dietro la prima curva però, l’auto investe la bicicletta di Sean scaraventandola in un dirupo; e Caitlin scompare. Sul brutale antefatto l’autore costruisce quattrocento pagine di pura suspence, tesa e “cattiva” come non mi capitava da tempo di leggerne, ma anche di riflessione riguardo la solidarietà, la pietà, la follia.

Dicevo che la maggiore differenza rispetto all’altro romanzo, con cui il paragone viene automatico, consiste nella preponderanza dell’azione sull’introspezione psicologica; qui l’introspezione si dispiega tramite l’azione. Debbo ammettere che fra le due tecniche prediligo l’ultima, forse perché da scrittore la trovo più difficile e da lettore più coinvolgente; in ogni caso Johnston (Tim) narra con una grezza maestria che mi ha rammentato il bellissimo Tormenta di Russell Banks. Anche qua infatti il paesaggio, specie quello montano, occupa un ruolo di spicco assurgendo a spirito più che a semplice sfondo, a metafora più che a mero palcoscenico; anche qua agiscono personaggi rudi e ambigui, nei quali si fa arduo discernere il bene dal male, le cattive dalle buone intenzioni; anche qua domina un senso crescente di pericolo, di accumulo violento; il narratore non ci dice tutto e subito, accenna, divaga, poi torna e mette il dito nella piaga ancora fresca e sanguinante; è un libro che tira pugni.

Sean, il fratellino di Caitlin, crescerà in fretta, temprato ma cambiato – in meglio? In peggio? – dalla disgrazia; l’autore lo segue con ruvido affetto nelle sue peripezie, fra risse, viaggi senza mèta, avventure ai limiti della legge e ricerca affannosa di un senso; mentre in Ricordami così il fratello dello scomparso redivivo appare inerte, incapace d’affrontare una faccenda più grande di lui, Sean opta (inconsapevolmente) per la via della praticità, gettandosi a capofitto in un’esistenza che fino all’incidente della sorella temeva e fuggiva.

Grant, il padre dei due ragazzi, è un’altra figura riuscita; irradia, pur nell’impotenza, una forza cui subito ci si affeziona, molto tenera e credibile, molto virile; e benché il racconto s’incaricherà di spiazzarci sembra proprio lui il saldo scoglio nella tempesta. La moglie al contrario viene travolta dal dramma, e fra tutti è il personaggio più debole oltre che il più fragile; e poi c’è il vecchio Emmet coi due figli, il maggiore retto e saggio e il minore prepotente e dissoluto; e ancora una serie di figure marginali ma ben vive, per esempio l’autostoppista cui Sean offre un incauto passaggio…

Un altro aspetto che desidero sottolineare riguarda la costruzione delle scene. Filmica, secca, con scansioni visive e visibili, mantiene però sempre uno spicchio d’ombra dentro cui non riusciamo a guardare. In alcune pagine questa caratteristica risalta in maniera quasi sconcertante: dovremmo scorgere tutto e invece qualcosa rimane nascosto, in agguato. L’autore ci riempie gli occhi d’immagini nitide, grazie a una prosa capace di sconfinare nella poesia; ma una parte del nostro cervello registra una mancanza, un pezzettino oscuro, la tessera vuota del puzzle; ed è proprio lì che si cela il pericolo.

Infine un accenno alla parte centrale del romanzo, una zona di relativa quiete fra i picchi parossistici dell’inizio e della fine – una fine davvero straordinaria, che obbliga a voltare pagina mescolando orrore, incanto e stupore. Johnston (Tim) tira il fiato e si concede di seguire con calma Grant, Sean o il burbero Emmet nella più spiccia quotidianità; e in certi scorci d’America, scabri, periferici, struggenti e nostalgici fa venire in mente un’altra gemma, Ladro di macchine di Theodore Weesner. Le interstatali larghe e deserte o le carrarecce di campagna, il freddo, gli alberi spogli, le spruzzate di neve, i bicchieri di birra, le piccole nuvole di fiato nei mattini grigi, il cuore malinconico e indecifrabile dell’America, ciò che rende questo immenso Paese abbastanza enigmatico da produrre una narrativa così ricca, fertile e creativa.

Un’ultima nota a margine: aumentano, ho idea, i romanzi sulle persone scomparse; io stesso, se mi passate la confidenza, ne sto scrivendo uno simile. E Chi l’ha visto?, la trasmissione di Rai Tre, risulta fra le più longeve e seguite. L’assenza improvvisa scava un buco nel parquet della società, una crepa nel muro delle sicurezze, e intravvediamo la tenebra fuori. Ma non è solo questo. Credo che il fatto di sparire simboleggi con efficacia il nostro tempo, un tempo di smarrimenti, incertezze e soprattutto misteri. E’ un paradosso che l’era della massima tecnologia debba scoperchiare l’ignoto, ma il paradosso è una delle sicure chiavi d’interpretazione del mondo. Le conquiste della scienza ci mostrano di continuo che la vita è un grosso mistero, e il mistero ci affascina, e più è fitto e tremendo più ci affascina. Ma (narrativamente parlando) si ripropone un vecchio problema: la risoluzione del mistero quasi mai si rivela all’altezza delle attese che ha suscitato. Il fatto che Tim Johnston sappia creare un’attesa tanto spasmodica senza tradirla costituisce un’ulteriore prova del suo grande talento.

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