Venerdì, 19 Giugno 2015 12:16

I Diritti Umani nuovo fondamento del buen vivir latinoamericano

di 

Il 21 gennaio 2015 l’Università del Bene Comune di Anversa, Belgio, diretta dal docente italiano Riccardo Petrella, nell’ambito delle celebrazioni del proprio decennale di attività, ha conferito il dottorato honoris causa a Hebe de Bonafini, in rappresentanza di tutte le Madres de Plaza de Mayo argentine.

Con questo conferimento l’università belga ha voluto premiare la dimensione utopistica e altamente simbolica della lotta delle Madri dei desaparecidos della dittatura argentina e la determinazione che da 38 anni caratterizza loro nella ricerca dei propri figli scomparsi.

Questo nuovo riconoscimento accademico, che si aggiunge a quelli di numerose altre prestigiose università del mondo, ha una importanza molto più ampia e profonda di quanto si possa pensare. Esso è un traguardo molto importante tanto per le Madres, quanto per tutto il Latinoamerica. È un riconoscimento formale di come la pratica dei diritti umani – di cui le Madri di Plaza de Mayo sono tra gli esempi più autorevoli nella storia del mondo – oramai sia diventato un nuovo principio del buen vivir, una prospettiva di vita quotidiana che si sta ri-consolidando negli ultimi anni in America Latina e che pone al centro di tutte le attività la difesa dei beni comuni e il rispetto della Pacha Mama, la Madre Terra. Questa filosofia è appartenuta nei secoli scorsi alle popolazioni indigene dell’America Latina e proprio da qui, oggi, sta cercando di costruire prospettive di cambiamento economico-sociale e di resistenza alla crisi. Quella che qualche anno fa era solamente un’idea di società o un nuovo paradigma di civiltà volto al recupero di antiche e ancestrali tradizioni andine, oggi si sostanzia in una serie di azioni concrete che mirano a costruire la nuova “Democrazia della Terra” (De Marzo, 2011).

Se inizialmente il recupero del buen vivir era considerato principalmente un approccio ecologista con l’esclusivo obiettivo della “difesa della terra”, oggi questa vera e propria filosofia abbraccia i differenti campi della vita quotidiana: la politica, l’economia, il diritto, le politiche sociali, l’educazione, il cibo. E i diritti umani.

In America Latina il buen vivir si “compone” di azioni concrete dall’alto valore simbolico: la democrazia partecipata, l’economia cooperativa e dal basso, l’accesso ai saperi, l’estensione delle politiche sanitarie, il recupero delle antiche tradizioni culinarie locali, la difesa delle risorse naturali dall’assalto delle multinazionali occidentali, l’accesso alla politica attiva di minoranze etniche e strati sociali subalterni finora esclusi. L’uguaglianza e la giustizia sociale, il rispetto della natura e una visione etica dell’economia si concretizzano e si declinano in tutti gli aspetti della vita quotidiana delle persone e delle organizzazioni, istituzionali e non. Ma il buen vivir è soprattutto portato di cultura e sapere di intere popolazioni ed etnie sudamericane al punto da essere divenuto parte centrale delle nuove Costituzioni di Ecuador e Bolivia, di recente promulgazione (rispettivamente 2008 e 2009), e di un programma governativo ampio promosso dallo stesso Presidente dell’Ecuador, Rafael Correa (“Plan Buen Vivir 2013-2017”).

Nell’America Latina di oggi questo paradigma è stato adottato, in vario modo, da tutti gli Stati e dagli organismi sovranazionali integrazionisti. È di importanza centrale in quanto il Sudamerica sta vivendo in questi ultimi anni il proprio riscatto dopo la stagione delle ultime dittature e i decenni di neoliberismo sfrenato. È in questo contesto storico che i diritti umani, a mio avviso, entrano a far parte del buen vivir dando un impulso nuovo alla costruzione della democrazia. E di questa costruzione sono un esempio proprio le Madres de Plaza de Mayo che con la loro costante lotta hanno influenzato i governi Kirchner a porre i diritti umani e l’emancipazione delle classi meno abbienti al centro della propria agenda politica. Così hanno fatto anche gli altri governi (oltre a Bolivia ed Ecuador, anche Uruguay, Venezuela, Cile, Brasile…) e gli organismi sovranazionali latinoamericani (Unasur, Mercosur e Celac sopra tutti), che hanno anche dichiarato l’America Latina “terra di pace”.

In questa regione il rispetto dei diritti umani si traduce nella difesa concreta dei posti di lavoro e nella riappropriazione delle aziende in crisi da parte dei lavoratori, nella difesa dell’ambiente dall’assalto delle multinazionali del settore energetico, nella creazione di un modello di vita sostenibile e sobrio, nell’accesso ai cibi tradizionali e di qualità donati dalla Madre Terra, nel recupero di una sovranità economica nazionale, nella riemersione della memoria storica, nella ricostruzione della giustizia: in generale nella decolonizzazione di un immaginario collettivo frutto di anni di governi dittatoriali e di politiche distruttive, spesso figlie di menti e volontà occidentali.

Oggi l’America Latina sta cambiando, sta crescendo e sta fronteggiando la crisi grazie al buen vivir: questo non è una misura di breve periodo, ma deve diventare – e anzi sta già diventando – l’orizzonte di sviluppo di tutte le nazioni del Sud del Mondo che vogliono riscattarsi restando fedeli alle proprie tradizioni locali. Il buen vivir deve diventare un orizzonte comune anche per noi occidentali (e occidentalizzati): nel nostro Mondo dobbiamo riscoprire i fondamenti. Solamente così, con la salvaguardia del bene comune, il genere umano potrà salvarsi dalla sua crisi di identità e di futuro.

Riccardo Verrocchi

p.s. Questo articolo è stato pubblicato anche nel bimestrale di informazione nonviolenta Qualevita, numero di giugno-luglio.  

Articoli correlati (da tag)

Chiudi