Martedì, 01 Luglio 2014 19:10

Noi e i nostri errori

di 

di Daniele Poccia - Il legame che intratteniamo con gli errori in cui di tanto in tanto incappiamo non ha forse eguali. Cosa ci appartiene in effetti di più dei nostri “fallimenti”? Laddove “riusciamo”, a ben vedere, siamo sempre in balia dell’Altro (con la maiuscola a capolettera: l’Altro in generale), conformi a norme che ci sono state dette “necessarie”. Lì, insomma, nei nostri “successi” siamo alienati più che mai, schiavi di una legge che, per quanto condivisibile, non abbiamo certo scelto. E nonostante non si possa fare altrimenti che vivere seguendo le aspettative del “prossimo”, resta che nell’imprevisto e poco piacevole sopraggiungere dell’errore possiamo finalmente dirci davvero liberi.

Ad essere sinceri, sembra una consolazione piuttosto magra. Cosa farsene infatti di questa libertà indesiderata? Che vantaggio trarre da una presunta “grazia” che coincide semplicemente con una disgrazia, piccola o grande che sia? E infine, non è forse corretto parlare di “errori” solo nella misura in cui possediamo già un criterio di verità e di giustezza? D’altronde, non sembra sbagliato pensare il concetto stesso di “errore” come un concetto derivato, e l’evento cui esso dà il proprio nome come un evento in se stesso “neutro”, il quale ci può apparire o meno favorevole a seconda della nostra disposizione soggettiva (che lo prenderebbe in esame solo retrospettivamente). Insomma, ci sarebbero errori solo perché ci siamo noi, con le nostre ambizioni e speranze – che, in ultima analisi, non ci siamo scelte.

Come non notare tuttavia il paradosso (il carattere intimamente scisso e indecidibile) di questa descrizione? A meno infatti di non ammettere una qualche forma di garanzia divina del nostro libero arbitrio, si rischia (come accade in certe forme di psicoanalisi) di concepire il soggetto che ognuno di noi è come un puro e inerte prodotto del contesto sociale-culturale in cui si è trovato a vivere (per quanto lo si possa poi identificare al linguaggio, alle strutture della parentela, ecc., il discorso non cambia). Il che, di per sé, non sarebbe un problema (almeno per un determinista culturale), se non fosse che si pone la questione: da dove viene la società e la cultura se non dagli individui? Che forse bisogna pensare la specie umana tutta come un risultato e un effetto di una qualche struttura preesistente che la conteneva già in germe (ipotesi difficilmente compatibile con l’evoluzionismo darwiniano) e che, a un certo punto, la avrebbe fatta esistere improvvisamente, con la sua ingiustificabile illusione di libertà? Non è questo un modo di riabilitare ipotesi teologiche piuttosto grossolane, per la precisione, neognostiche? E soprattutto, non implica una condizione di miseria esistenziale per gli umani peggiore di qualunque altra?

Il punto, allora, deve essere un altro. Se non siamo dei puri effetti è perché possiamo errare e, quindi, differenziarci gli uni dagli altri, dando luogo a quei complessi sistemi in divenire che sono le società e le culture. Possiamo cioè, in maniera più o meno intenzionale, prendere le distanze da quello che, in un certo momento storico e in un determinato luogo geografico, è assunto come razionale. Per dirla altrimenti, la possibilità di essere irrazionali (molti storceranno il naso) ci fa essere davvero singolari. Ma singolari in che senso? Non è forse vero che anche il refusenik, il trasgressivo, il deviante hanno dei modelli preesistenti – per non dire poi del loro ratificare la regola nella misura in cui la contravvengono? Se così fosse, tuttavia, tutto sarebbe ancora una volta perfettamente programmato, e non vi sarebbe nessuna possibilità di cambiamento reale – in altri termini, veramente trasformativo e originale. Ancora una volta, avremmo a che fare con della cattiva teologia, in cui persino il tradimento di Giuda e il peccato di Adamo erano invero perfettamente calcolati (come momenti di uno svolgimento già tutto dato sin dall’inizio).

     Un’altra “teologia” può venirci qui in soccorso. In origine, non vi erano alcuna integra e perfetta unità o pienezza che si sarebbero poi infrante per dare luogo alle vicende della Storia. Nessuna caduta dal paradiso terrestre. È la creazione tutta, Dio compreso, che non cessa di errare – come un teologo speculativo del IX secolo dopo Cristo, Giovanni Scoto Eriugena, ha arditamente provato a dire. Nel senso che anche Dio si fa nel farsi del mondo, nel suo incessante trascolorare da una verità all’altra – e dunque nel suo passare di errore in errore (i due termini diventano infatti in questo caso “erroneamente” sinonimi). L’Errore sarebbe insomma la sostanza delle cose. Anche lo scrittore di fantascienza Philiph Dick (non certo a digiuno di filosofia e teologia), nella sua Trilogia di Valis, ha fatto affermare a un suo personaggio qualcosa del genere. Un personaggio, per la precisione, chiaramente folle, anche nella finzione del romanzo. L’assunzione dell’Errore universale sarebbe insomma il parto di una mente “malata”, per quanto magari affascinante come ipotesi speculativa. Ma ne siamo davvero sicuri?

Il rigoroso epistemologo e storico delle scienze Georges Canguilhem ha avanzato una tesi alla quale non è stata forse prestata la giusta attenzione. Le regole, ha scritto una volta, non funzionano come tali – e dunque non hanno alcuna realtà, essendo il loro modo d’esistenza del tutto coincidente con la loro operatività ed effettualità – se non nella misura in cui vi è un’ infrazione da correggere. Egli insomma ha provato a pensare il primato esistenziale e cronologico (non certo logico!) dell’anormale sul normale – giungendo sino a dire che il secondo non è che un limite asintotico del primo. Una rivoluzione di pensiero radicalissima è adombrata allora in questa concezione. Una rivoluzione che dovrebbe condurre a riconoscere l’ubiquità dell’errore e la secondarietà della regola, anch’essa, in ultima istanza, errore tra gli errori.

D’altronde, niente su questa Terra è perfetto o compiuto, così come ogni punto di vista è potenzialmente in errore rispetto ad ogni altro (cosa che i filosofi esprimono dicendo che «ogni determinazione è una negazione»). La “verità” del «prospettivismo» (che non è il relativismo) ha però di che far tremare i polsi. Se tutto infatti è “prospettiva”, anche la sua verità (del prospettivismo), dovrebbe essere una prospettiva tra le altre, e così via all’infinito (lo stesso destino toccherebbe all’affermazione che stiamo ora facendo…). Di qui a scivolare nel magma indistinto della confusione biografica che affligge i nostri tempi post-ideologici (con il loro corredo di disagi psicologici) ci vuole dunque poco. Se tutto è questione di punti di vista, in effetti, come operare le proprie scelte?

Questo dramma apparentemente così lacerante ed attuale è invero vecchio quanto la filosofia. La Sofistica si era già divertita a perlustrare queste possibilità, suscitando la risposta agguerrita dei filosofi, preoccupati di salvaguardare il ruolo etico-politico della verità (Platone). C’è da chiedersi, tuttavia, se la strategia filosofica non stia oggi scontando un fallimento macroscopico. D’altronde, è stata lei stessa a mettersi sotto accusa a tale proposito. Alla “volontà di verità”, come diceva Nietzsche, che ha animato la cultura occidentale è stata imputata una sorta di mascherata (ma neanche troppo) “violenza”. La verità sarebbe stata insomma responsabile di molti mali (tra i quali i totalitarismi novecenteschi). Al contrario, essa avrebbe ormai ceduto il posto a qualcos’altro (cosa? il falso generalizzato?). Non pare però che oggi ce la passiamo tanto meglio. Il regno contemporaneo delle messe in scena – in cui si dice che tutto sia diventato “spettacolo” – è più cruento che mai, per quanto spesso sotto mentite spoglie.

L’abbandono dionisiaco (o tragico, che dir si voglia) di quel supremo valore non è stato allora forse seguito da un’attenta meditazione di quel che sempre Nietzsche ha sottolineato. Ovvero, che «niente è più divino salvo l’errore». Il riconoscimento di questa “verità” (ma ogni parola qui è impropria, cioè, “giustamente” erronea…) sarebbe in effetti una insolita risorsa. Non solo perché l’errore non è il falso, ma poiché assumere questa situazione significherebbe abolire la pretesa di essere portatori di una qualche verità aderenti ai fatti (quali?), per impegnarsi piuttosto in un opera concreta di modificazione delle cose, che non pretende di plasmarle secondo un piano presupposto da sempre, ma procede di passo in passo, aggiustando come può ciò che di volta volta appare più o meno accettabile. Non è infatti l’errore medesimo ciò che essendo dappertutto e da nessuna parte (come appunto il Dio della teologia speculativa) ad avere una natura propriamente utopica (letteralmente, senza luogo preciso)? Insomma, almeno come valore regolativo (e al tempo stesso situazione intrascendibile), non conviene assumere l’erranza generalizzata, piuttosto che la verità (o il suo rovescio speculare: il falso) quale guida di una condotta appena un po’ più giusta, perché consapevole di essere inevitabilmente e irrimediabilmente sbagliata? «La verità», ha scritto una volta Schopenauer, «nasce come paradosso e muore come ovvietà» – il che, nel caso di quello di cui si sta qui discutendo – l’ubiquità paradossale dell’errore – è solo un paradosso elevato alla seconda e cioè, forse, una “verità intera”, non più spezzata e indecidibile.

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