Martedì, 03 Giugno 2014 13:39

Medico e paziente

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di Giacomo Ciocca - I percorsi di cura sono molteplici, almeno quanto le patologie descritte dai manuali di medicina, anzi, spesso il numero delle cure supera quello delle malattie. L'industria del farmaco, non è un mistero, tende alla patologizzazione del vivente. Si descrivono e diagnosticano patologie nuove anche per implementare lo sterminato mercato dei sistemi di cura. D'altra parte il narcisismo contemporaneo è specificato dal mito della salute, della perfezione e dal diniego di ogni forma di decadimento del corpo.

La compulsione verso la ricerca della salute, ripropone inesorabilmente il malessere delle anime segnate dal misconoscimento di una connaturata imperfezione. L'individuo che ricorre di frequente alle cure mediche si sente costantemente inadatto e delega alle tecnica e alla scienza la custodia della propria felicità. Si stima infatti, che il 30 per cento dei pazienti di un medico di base, non abbia essenziali patologie del corpo, ciononostante queste persone sono quelle che ricorrono più di sovente al parere dell'esperto.

Ma qual è la motivazione della ricerca compulsiva di cure e, soprattutto, qual è la cura più adatta? Nel rapporto tra un medico e un paziente, la miglior cura è la relazione, che prescinde da ogni malattia e tecnica terapeutica. Lo sanno bene gli psicologi, che costruiscono sull'alleanza terapeutica le fondamenta di una psicoterapia. Lo sanno i diabetologi, la cui empatia con il paziente è un indice predittivo per l'aderenza alla terapia e così i tanti operatori che, oltre alla tecnica, utilizzano se stessi all'interno di una relazione d'aiuto. Nella relazione terapeutica il paziente si consegna nella sua totalità nelle mani di un altro.

Il medico solo apparentemente accoglie un sintomo, una malattia o la contingenza di un disagio. Di fatto, dietro a una patologia, seppure organica, c'è un sistema di valori, relazioni e abitudini che caratterizzano uno specifico paziente. Non è un caso, che l'anamnesi medica indaga attentamente il cosiddetto life style. Il paziente si alimenta correttamente? Fuma? Fa attività fisica? Quesiti che ogni medico rivolge al proprio paziente a prescindere dalla malattia. L'assessment prevede anche l'anamnesi familiare, l'ereditarietà di una patologia attraverso un racconto magari sofferente, come la morte di un caro per carcinoma. Già nell'anamnesi, il paziente veicola al medico i contenuti emotivi che sostanziano la relazione terapeutica.

Il medico, non può che raccogliere il racconto del malato, fornendo una restituzione clinica che si gioca sul linguaggio del sintomo. Il sintomo e la malattia rappresentano la principale forma di legame tra un medico e un paziente, l'argomento su cui dibattere all'infinito, soprattutto se la malattia è francamente cronica e la relazione terapeutica è consolidata. Chi più del medico può accogliere un dolore cronico, chi più di lui può capire il mio malessere...nessuno. Quindi, oltre a un'ipertensione indomabile, alla glicemia che sfugge al controllo e alla standardizzazione della normalità, ciò che permane di immediatamente oggettivabile è la sofferenza soggettiva del singolo paziente.

L'attenta riflessione di Daniele Poccia sul pensiero di George Canguillem verte sull'unica verità possibile di una malattia, ossia quella pronunciata da colui che ne è affetto. La sofferenza individuale del portatore di un sintomo si contrappone alla massificazione statistica di normalità e patologia, in cui la singolarità di un racconto clinico si perde nel rigore di un protocollo, di un range di valori e di una cura mirata. La desoggettivazione dell'approccio nomotetico (comprensione di un fenomeno secondo leggi universali), non può che tralasciare la sofferenza individuale, che al contrario si mantiene nel legame tra un medico e un paziente quando tra i due si instaura l'incontro tra due soggettività.

di Giacomo Ciocca

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