Venerdì, 23 Settembre 2016 11:03

Gass riflette sul Peccato Originale

di 
William Gass William Gass

Prigionieri del Paradiso di William H. Gass (edito in America nel 1966 col titolo La fortuna di Omensetter e meritoriamente ristampato in Italia da Minimum Fax nel 2008) è un romanzo molto difficile e molto strano. Immaginate di giacere nudi al caldo sole estivo e poi d’immergervi in una piscina colma d’acqua fredda; dovreste entrare pian piano, passo passo, con pazienza; la medesima pazienza occorre per leggere con profitto questo libro. In caso contrario il libro vi respingerà, vi frustrerà o, peggio ancora, vi susciterà odio.

Stabilire di cosa parli Prigionieri del Paradiso non è semplice. Si tratta di un’opera ardita, ambiziosa, oscura, ambigua; credo però che in fin dei conti s’incentri sul problema del Peccato Originale. Non mi sovviene nessun altro romanzo così ossessivamente attratto dal mito della Caduta, se non forse certi passaggi de I fratelli Karamazov. “Dovevano gli uomini amare incuranti, inferiori alle bestie, come fiori? E’ impossibile saperlo, naturalmente. Quell’attimo è passato per tutta l’eternità. […] Eppure, quando Adamo disubbidì, accese questo sole nelle nostre menti. Ora, come il verme più ottuso, sentiamo; ma, come il dio più potente, conosciamo. […] E con quanta perfezione fu scelto il simbolo. Pendente da una corona di foglie, questo globo, così sodo e liscio e rosso all’esterno, così asprigno e bianco all’interno, contiene al centro, come lacrime, i propri semi. […] L’unica cosa che Lui può fare è tentare di renderci felici di morire. Davvero, Dio è una gran brava persona.”

In che consiste il Peccato Originale? Nell’aver mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza. E cos’è la conoscenza? E’ l’abisso, tutto umano, della coscienza. E come si esprime questo abisso, questa bocca dell’universo? Tramite il Verbo, tramite la Parola. Prigionieri del Paradiso è un libro che parla della trappola della Parola ma si risente, si cruccia, perfino si dispera di poterne parlare solo grazie alle… parole: “Riusciva a immaginare come fosse stato il caos prima del verbo. Era un deserto striato, una notte senza stelle. La polvere, disposta a fasci, si posava pigra senza andare da nessuna parte. Vedeva le sommità confuse di quei ripostigli di carne in cui sarebbe stato suddiviso l’inferno, mentre in alto, superando la cima, c’erano le lunghe sbarre del cielo oltre cui si posavano i cori dell’amore. Vi sarebbe stata la terra nella forma delle sue sillabe, un mare canoro, il cielo simile a un’eco, piante in boccio brucianti di parole, animali che rispondevano con occhi gialli, e infine uomini che avrebbero preso forma dal cantilenare dei loro nomi e si sarebbero riuniti in folle per ampliare la loro risposta ai lamenti che li avevano creati.”

In un simile cortocircuito il libro brucia fin quasi all’autocombustione, ma Gass piazza il protagonista a contrappeso dell’amara realtà terrestre: Bracken Omensetter. Egli è un rude sellaio dal buon carattere, che arriva un giorno con la propria famigliola pigiata su un carro a turbare l’apparente quiete di Gilead, borgo fiabesco sulle rive del fiume Ohio. Omensetter si rivela alla lunga un protagonista per riflesso, lo specchio opaco in cui ciascuno scorge il ghigno della Medusa; rapportandosi a lui gli altri personaggi prendono coscienza del dramma che li (e ci) assedia. La sua semplicità sconfinante nella più smaccata ingenuità, la sua assoluta mancanza di preoccupazioni, il suo schietto e quasi magico affidarsi alla buona sorte (che sempre lo ricompensa), la sua fiducia tetragona e ottusa, il suo vivere pressoché allo stato brado risvegliano i fantasmi di un intero paese e lo condannano – come Socrate, come Gesù – all’isolamento e all’odio. Nessuno regge l’urto del diverso, nessuno di noi perdona chi ci smaschera. Nessuno è disposto ad ammettere che, “quantunque ci occorrano conforto e speranza e forza per sostenerci, tutto ciò che ci porta più vicini a questa vita e ce la fa desiderare è profondamente errato e c’induce in grande errore.”

Israbestis Tott, voce della prima breve parte del libro, intende Omensetter come un fastidioso enigma e si limita ad osservare che egli “contava sulla sua fortuna.”
Henry Pimber, voce della seconda parte, è viceversa scosso da Omensetter: “Poi spostò gli occhi per un attimo oltre la zanzariera e gli venne inferta la ferita del sorriso di quell’uomo. La propria debolezza lo meravigliò, e si appoggiò pesantemente alla porta. […] Le mani di Omensetter avevano la stessa espressione della faccia; ti porgevano il suo carattere come un’offerta di frutta; e aggiungevano se stesse a quel che toccavano, ampliandolo, come i fiumi quando si uniscono e allargano il loro corso. […] Mi parve che tu fossi come quelle nuvole, altrettanto naturale e bello. Tu conoscevi il segreto… il modo di essere.” Pimber s’innamora, spiritualmente parlando, del bizzarro carisma di Omensetter; ma non possedendone l’incrollabile ottimismo è destinato a soccombere, ad affogare nella palude dell’intelletto. La sua fine violenta e tenebrosa accresce il pathos: con Pimber Prigionieri del Paradiso smette d’essere filosofia e assume la tinta carminio della tragedia.

Il reverendo Jethro Furber, colui che narra la terza e più lunga parte del libro, è un uomo dilaniato; predica la fede senza possederne un goccio, predica Dio rimanendo schiavo d’un gelido cerebralismo, predica la morigeratezza coltivando nella mente le più accese fantasie libidiche. Furber staziona all’esatto opposto di Omensetter e, non riuscendo in alcun modo a comprenderlo, si troverà costretto a odiarlo. “Entrambe le mani di Omensetter avevano cercato la sua, racchiudendola con calore. La sua mano era sembrata tremendamente pallida e umidiccia, fuori posto tra le mani dell’altro, come un verme in un frutto. L’aveva ritirata in preda al panico ed era fuggito.” Con Furber la questione si sposta, rispetto a Pimber, su un piano meno metafisico, più corporeo. Può sembrare strano che un prete ci allontani dal trascendente per scagliarci nell’immanente, ma qui accade. Poche volte mi sono imbattuto in pagine così dense di carne, sesso, sensi, desideri lubrichi, formicolii e pruriti, come quelle che vedono rimuginare il reverendo Furber. Egli si contorce di piacere represso se solo l’ombra della sua mano si posa sulla punta del ginocchio d’una fanciulla seduta al suo fianco in treno; evoca con perenne  e colpevole rimpianto la fugace visione delle cosce d’una zia che cadde dalla sedia quando lui era piccolo; si strugge al pensiero dei prosperosi seni della volgare moglie di Omensetter, una vacca i cui poteri sensuali lo distruggerebbero con facilità.

Pimber comprende più acutamente di chiunque altro il segreto che si cela nelle goffe e robuste membra di Omensetter. Vibra in Omensetter una sorta d’immediatezza celeste che gli uomini sfiorano senza toccarla, che anelano senza raggiungerla, e che spesso non si rendono nemmeno conto d’anelare; eppure essa si troverebbe alla nostra portata se ci lasciassimo andare un po’ di più, se non rimanessimo prigionieri d’un supposto e imprecisato paradiso: “Quell’uomo era più che un modello. Era un sogno nel quale si poteva entrare. Dal pozzo, in quel sogno, potevi far dondolare due secchi colmi fino all’orlo. In quell’acqua un’immagine della forza delle tue braccia poteva volare in alto come l’allodola verso il proprio canto. Uccelli simili, in un simile sogno, saettavano con la velocità del tuo spirito attraverso il suo corpo dove, a imitazione dell’aria, la carne si era trasformata in prato.” Chi attinge certe intuizioni non tornerà indietro alla vecchia pesantezza; ma ogni cammino iniziatico è arduo. Senza una guida si rischia d’impantanarsi, di fermarsi come uno scalatore a metà roccia; e alla lunga, sfiniti, si precipita. Pimber precipita, Furber si ritrae prima dello strapiombo, Omensetter non precipita ma nemmeno si riconiuga con Dio. Egli è al di fuori di Dio, se un tale concetto sia mai concepibile. Egli sta prima della Caduta, del Peccato Originale, della mela colta e mangiata, dell’albero, del giardino. Egli è lo stato di natura come sarebbe se non ci fosse l’uomo, l’occhio aperto e cosciente dell’uomo sul mondo, l’occhio sul mondo estraneo al mondo: “Oh dio, siamo qui, eppure non apparteniamo a questo mondo.”

Nella scia di Joyce e Faulkner, con uno stile capace di toccare vette estreme, Gass ci ha regalato un’opera straordinaria, un’interrogazione rinchiusa in una bottiglia di cristallo e lanciata nei più cupi abissi dello spazio e del tempo.

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