Domenica, 22 Maggio 2016 11:52

Hai voluto la bicicletta?

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Provate ad immaginare uno spot televisivo in cui la Fir (Federazione italiana rugby), per promuovere l'immagine della nostra nazionale al torneo delle Sei Nazioni, metta in contrapposizione calcio e rugby definendo quest'ultimo come il "vero gioco di squadra". Senza mai nominarlo, con un gioco di sottintesi, il calcio verrebbe etichettato come l'antitesi dello sport, ricorrendo a cliché piuttosto banali. Argomenti facili, buoni per la classica conversazione da bar.

I valori in gioco sarebbero opposti: disonestà sul campo per i calciatori, correttezza per i rugbysti, tifoseria violenta per i primi ma non per i secondi, il tutto sostenuto da immagini eloquenti, i cui vengono fulgidamente rappresentati i valori che sospingono gli appassionati della palla ovale. Impensabile che possa accadere qualcosa del genere, troppo facile prevedere le reazioni adirate, non a torto, delle gerarchie del calcio, dei tifosi, dei giornalisti sportivi.

Sarebbe sportivamente e politicamente scorretto. Eppure da qualche settimana qualcosa del genere accade. Lo spot diffuso dalla Rai per promuovere la visione del Giro d'Italia, fa leva sul confronto tra motociclismo e ciclismo, celebrando quest'ultimo come "il vero sport a due ruote". Senza neanche troppi giri di parole, i ciclisti vengono descritti come eroi perché disposti ad affrontare le gare con qualsiasi tempo, senza equipaggiamenti particolari e senza "donne che li aspettano al traguardo con l'ombrello". Al creativo evidentemente è sfuggito che nella MotoGP esiste la formula di gara bagnata, e che i centauri normalmente se le danno di santa ragione in pista anche con le cataratte del cielo spalancate. Ma questo è un dettaglio.

Che ragione c'era di spostare il confronto dall'agonismo alla questione dei valori morali delle due discipline? Non è chiaro. Non perdiamo tempo a ragionare sulla preparazione atletica di Valentino Rossi e compagnia, diciamo solo che è rigorosa, fatta di sacrifici e di rinunce. Ma anche questo non è il punto. Secondo noi il creativo voleva fare il simpatico, ma non ci è riuscito. Il tono del commentatore è solenne e le immagini rallentate, qualche artificio digitale fa sembrare i ciclisti più simili a spartani schierati alle Termopili che ad agonisti. Che noia. Che caduta di stile, in un periodo (che dura da decenni) in cui il ciclismo deve difendersi dall'accusa di essere un sport snaturato da pratiche illecite di doping.

Per usare una metafora calcistica, che autogol. Il creativo, oltre a non conoscere le regole della MotoGP, ignora la storia: anche nel ciclismo ci sono e c'erano donne ad aspettare i corridori sulla linea del traguardo. Quando nel 1954 Pierre Chany, giornalista dell'Équipe, scrisse: «Vorremmo sapere di più di quella signora in bianco che abbiamo visto vicino a Coppi» si riferiva alla Dama Bianca, amante segreta, ma non troppo, del buon Fausto. Intanto l'Italia democristiana si interrogava sulle implicazioni morali delle scappatelle di personaggi pubblici.

Oggi, ad aspettare la Maglia Rosa all'arrivo ci sono ragazze in abiti succinti così come accade nella MotoGP, e non sono meno belle perché non usano un parapioggia. Del resto non serve: nel 2013 la diciannovesima tappa del Giro d'Italia, da Ponte di Legno a Val Martello, fu annullata per maltempo, lo stoicismo non bastò.

Al creativo, ma evidentemente anche alla Federciclismo, alla Rai ed alla Gazzetta dello Sport deve essere sfuggita l'ultima e più inquietante notizia proveniente dal Belgio: durante gli ultimi mondiali di ciclocross, la campionessa europea under 23 Femke Van den Driessche, è stata squalificata perché aveva nascosto nel mozzo della bici un motore elettrico.

Non male per il "vero sport a due ruote", sulle motociclette da corsa perlomeno i motori si vedono e fanno anche un bel casino. Cara Femke, hai voluto la bicicletta? Almeno pedala.

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