Mercoledì, 04 Maggio 2016 11:33

Il filosofo e la verità

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di Daniele Poccia - «La verità è donna». Così Friedrich Nietzsche, in un incipit famoso. Ma se così fosse, per davvero, se davvero la verità fosse al femminile e anzi fosse "donna", basterebbe rispondere ad un'altra domanda – quella sulla natura del femminile – per chiarire il senso di questa strana (e diciamolo: un po' misogina) affermazione del filosofo tedesco. La donna, come l'uomo (intendendo qui il "maschio") è altrettanto enigmatica di quella ben altra "signora" che risponde al nome di "verità". C'è donna e donna, e si può dire tranquillamente che ogni donna lo è, donna, a modo suo – come ogni uomo, d'altronde, per suo conto. Che sia questa allora una fondamentale e forse risolutiva risposta alla domanda sull'essenza della verità? Che sia la verità qualcosa di non numerabile, nei suoi infiniti modi di manifestarsi?

Sarebbe un ben magro guadagno se tale "risposta" non fosse altro che il riconoscimento che "ognuno ha la sua verità" – e tanto basterebbe per chiudere i conti con la Verità medesima, quella con la maiuscola a capolettera. Non si tratta qui di sancire il carattere "relativo" d'ogni contenuto di sapere. Sono note le difficoltà cui va incontro una simile posizione (anti)filosofica (perché di ciò si tratta): se tutte le verità dipendono da circostanze particolari, e dunque nessuna di esse è propriamente "assoluta", che dire di quanto appena detto sul carattere irriducibilmente relativo di ogni verità – è esso una verità assoluta o relativa? L’argomento, che già gli Stoici sollevavano ad indirizzo degli Scettici, appare inoppugnabile. Non si sfugge a quanto, tecnicamente, è chiamato l'"auto-referenzialità" di un'affermazione che concerne le condizioni del dire-vero. Anche essa sottosta al vincolo che così stabilisce, in quanto ambisce ad essere-vera, e dunque si mette ad oscillare, senza posa, perché si riferisce a se stessa nella stessa misura in cui si riferisce ad ogni altra affermazione veridica. Si mette a vacillare. Sbarella, come anche si direbbe.

Ma c'è forse, allora, un altro significato da dare alla succitata sentenza nietzschiana e alla suggestione per cui ogni verità sarebbe tale come ogni donna è donna – ovvero, a modo proprio. Ognuno partecipa della stessa verità – quella sola Verità che splende su ogni lembo di Terra (e finanche nella luce delle stelle) – secondo il proprio gusto e il proprio incedere. Secondo, insomma, il proprio "punto di vista". La Verità, la sola che ci sia, si rifrange insomma in una pluralità infinita di prospettive, di innumerevoli prospettive – e non a caso, lo stesso Nietzsche parlava di "prospettivismo" e non certo di "relativismo", per definire il suo modo di intendere la "verità". È chiaro che in una tale impostazione, la Verità che ovunque promana non è dello stesso ordine – dello stesso registro – delle verità che volta a volta nutrono i nostri destini. È una Verità che si fa, appunto, nel farsi di queste piccole verità – esse sì a volte vere, a volte false, vere per un poco e poi, magari, non più vere. Questa Verità, è sempre vera, perché piuttosto è il farsi di tutte le verità, con la lettera minuscola, questa volta. Un farsi che non smette mai di farsi.

Che nome dare, allora, a questa Verità che non è una verità, perché resta sempre e ovunque vera – mentre le altre sarebbero soggette, come tutto, al divenire del nostro mondo e dunque al trapassare dal vero al non-vero e viceversa? Siamo partiti parlando di donne. Finiamo parlando di eros. Questa Verità – questa Verità di tutte le verità – è esattamente come l’esperienza del desiderio amoroso. Nessuno sa dire, con precisione, che cosa esso sia. Ogni definizione lo svilisce, eppure, si direbbe qui parafrasando Sant'Agostino (che però parlava del "tempo"): "Se non mi chiedono che cosa sia l'amore, lo so, ma se me lo chiedono, non lo so più". L'amore non si può sapere – se "sapere" significa osservarlo dall'esterno, come un oggetto tra gli altri, un oggetto di cui si possono enumerare le caratteristiche. L'amore si può vivere, si può partecipare di tal sentimento, nel senso letterale del "prendervi parte", nel senso del contribuire alla sua progressione. Chi l'ha vissuto, lo sa bene: dirsi innamorati è esserlo. E tanto più lo si riconosce, tanto più quell'amore s'accresce. L'amore ha la strana natura di quegli enunciati (di quelle affermazioni) che "fanno cose con le parole" (John Austin) – i cosiddetti "enunciati performativi", che non si limitano a descrivere uno stato di cose, ma appunto, lo fanno accadere, nell’atto del loro essere proferiti. E lo fanno accadere come quello stato di cose che li verifica, che li rende veri (mentre per gli enunciati semplicemente descrittivi occorre guardarsi attorno e cercare nel mondo qualcosa che verifichi o falsifichi ciò che essi asseriscono). Ma non basta dire questo. Quelle due paroline – "ti amo" – che tanto ci fanno vibrare quando sono a noi rivolte, foss'anche nel determinare una subitanea fuga, hanno l’ancor più singolare caratteristica di essere un "performativo assoluto" (Paolo Virno), che non ha cioè altro luogo di verificazione al di là del suo venire pronunciato. Detto altrimenti: l'amore è vero in quanto è detto – e nient'altro, perché, appunto, non c'è modo di stabilire che cosa esso sia, al di là del suo esser detto. Non è una "cosa", insomma, ma un vero divenire, un processo che non ha altra dimora al di là del linguaggio e che nel linguaggio vive tutta la sua vita. Bisogna saper ripetere la sua formula magica perché l'amore continui a vivere.

La parola "filosofia" contiene l'amore, lo si sa. È quell'amore (philia) per il sapere (sophia). È amore che è fatto di parole, almeno per quella filosofia che è detta occidentale e che vive di discorsi e di scritture, di parole dette e parole scritte. Ed è un amore che si ripete, come fanno gli innamorati quando si sussurrano le suddette due paroline più e più volte, che si ripete ogni volta di nuovo come fosse la prima volta (o meglio, che dovrebbe ripetersi così). Anche in questo caso, si può mentire, certo – ma la singolarità di tale menzogna è che comunque innesca le peripezie del desiderio, nel caso dell’amore per una persona o della ricerca della verità. Una filosofia sbagliata è come un amore insincero. Dopo, si farà di tutto per trovare di meglio – per rimediare alla delusione subita. Ci si metterà ancora in cerca di una nuova verità o di un nuovo amore, che siano, questa volta, quelli giusti. Si amerà, insomma, almeno l'amore. Come saperlo, nondimeno? Come distinguere qui il falso dal vero?

Il punto non è forse questo. Il punto è prendere parte, giocare all’amore, che sia per una persona o per la verità. Il punto è dunque – se ci si perdona il gioco di parole – "partecipare". Mente soltanto chi non partecipa. Chi non lo fa vacilla, sbarella, perché a non partecipare, si rischia di non sapere più dove andare, assai più di chi sceglie di partecipare. Si rischia di diventare come quegli scettici, che a niente prestano fede perché solo a se stessi vorrebbero si prestasse fede e per questo smettono di partecipare ad alcunché, perché sarebbe come sporcarsi le mani. Chi vuole innamorarsi deve saper "credere", foss'anche solo per un poco. Credere, senza chiedersi se vale la pena, se quel che si prova è vero o falso. Credere, in una parola, alla propria parola – quella parola in cui l'amore vive, solamente. Questa parola, malgrado tutto, è infatti sempre vera, anche quando si vorrebbe, solo vorrebbe, dire il falso. Questa parola è una parola che ci introduce alla Verità, nell'unico modo in cui forse essa è possibile: dicendola. Accettando di dire, ancora una volta, quel che vorremo dire. Il resto (la coerenza, la morale e persino la logica) restano sempre indietro, sorpassate da chi sa che le verità passano – mentre non passa mai l’atto del dire la Verità e in cui tutte le verità hanno luogo. Questo atto è sempre vero. Come l'amore, appunto, che è anzitutto amore dell'amore. Anche chi mente, in amore, in fondo dice la verità: vuole essere amato, mentendo, e per questo ama l'amore, quell'amore che, amandolo, è a fondamento di ogni amore, come la Verità di ogni verità. Il filosofo è soltanto qualcuno che non smette mai di amare, che non cessa mai di partecipare al gioco.

Ultima modifica il Mercoledì, 04 Maggio 2016 11:50

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