Lunedì, 02 Maggio 2016 14:37

Mettetevi in moto

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Appena quattordicenne, durante i mesi del catechismo che mi stavano preparando alla comunione, mentii spudoratamente a mia madre sui miei programmi del pomeriggio e insieme ad un manipolo di piccoli farabutti, anziché la sagrestia di Arischia raggiunsi la diga di Ortolano con il mio Califfone Rizzato.

Bei panorami a parte, un luogo di scarso interesse se non la posizione per noi remota e per questo irresistibile. Ragionando in scale adolescenziali, negli anni Ottanta, due leggere protuberanze sotto una felpa Best company diventavano due tette e quaranta chilometri quattrocento. Con questo sguardo moltiplicatore e obiettivi chiari ci preparammo al viaggio: raggiungere una meta impossibile per andarci a fumare una sigaretta e soprattutto trasgredire agli ordini paterni.

Dal canto mio io già covavo l'idea di trascorrere gran parte della mia vita in sella, quelle erano quindi prove generali. Andò piuttosto bene: ogni ciclomotore trasportava un passeggero abusivo, non eravamo disposti a sottoporci alla vessazione del casco obbligatorio e la strada statale ottanta dopo Arischia, oggi quasi completamente deserta, era ancora piuttosto frequentata, ciononostante non accadde nulla di imprevisto.

Andammo, fumammo la nostra cicca vicino alla turbina della centrale idroelettrica, tornammo, e buonanotte al secchio. Naturalmente per me il viaggio era appena cominciato e quella strada divenne un luogo dell'anima, ci torno spesso, anno dopo anno, assistendo al dissesto di luoghi una volta pulsanti di vita. L'Hotel le Capannelle ad esempio. Quando le vacanze estive significavano per molte famiglie un giro in auto la domenica nel raggio di cento chilometri, gli aquilani ci andavano per mangiare pesce al ristorante al pianterreno, che arrivava fresco fresco da Montorio.

Già l'anno seguente, alla chiusura, la struttura inizio a sfaldarsi, oggi è un scheletro di cemento costellato di orbite vuote, dove una volta c’erano le finestre. Eppure, in quella zona, l'Abruzzo è più bello del Trentino. Ridicolo nella sostanza, quel viaggetto conteneva in sé in embrione l'idea che oggi, perfettamente delineata nella mia mente, descrive la differenza tra automobile e motocicletta: la prima serve a spostarsi, la seconda a viaggiare. L'auto soddisfa bisogni pratici, la moto soddisfa bisogni secondari, istintivi, edonistici, ma non per questo meno importanti.

L'imperativo è mettersi in sella, evitare le autostrade, riscoprire la provincia e le persone, fermarsi a parlare e scattare istantanee del paese solo con gli occhi, attraverso la visiera del casco. Mentre scrivo e la primavera fa scherzi di pessimo gusto ad agricoltori e vignaioli, Henry Favre, un ragazzo appena ventenne sta facendo il giro d'Italia in Ciao, ottomila chilometri in due mesi.

Il resto della sua generazione sta a guardare il mondo dal monitor di uno smartphone, lui va a vedere le cose dove accadono, e lo fa grazie al motorino: «Lo faccio perché mi piace viaggiare, e perché per adesso ho tempo. Ho 20 anni, un diploma e un futuro da costruire».

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