Martedì, 29 Dicembre 2015 10:30

I cani selvaggi siamo noi

di 
Helen Humphreys Helen Humphreys

“Ho sparato alla ragazza, non perché pensavo fosse un cane, ma perché sapevo che era una donna.”

In questa frase assurda, violenta e spiazzante c’è tutto Cani selvaggi (Playground editore), l’inclassificabile romanzo della poetessa e scrittrice canadese Helen Humpreys.

La storia è presto detta: sei cani scappano dai rispettivi padroni e si rifugiano nel bosco, formando un branco e abbandonando la città, gli agi domestici, gli umani. I padroni dei cani – due donne che si amano, un ragazzino inquieto, un vecchio pazzo, un vecchio infelice, una ragazzina ritardata – si spingono ogni giorno al limitare del bosco e li chiamano, ma i cani non tornano. A volte compaiono fra gli alberi ma subito vi si rituffano. Forse stanno diventando pericolosi. Forse hanno aggredito un donna. Di certo uccidono topi, scoiattoli e perfino qualche pecora. Così, la comunità che un tempo li accoglieva adesso li ritiene ostili, e organizza una spedizione con tanto di fucili. Ma la caccia non otterrà gli effetti sperati, né saranno solo i cani a pagare lo spargimento di sangue e lo scatenarsi d’una violenza primigenia.

Mi fermo qui, non perché la storia non sia interessante ma perché la forza del libro risiede altrove. Anzitutto nel linguaggio; Humpreys è una poetessa e si sente; la sua prosa vibra, contiene quasi più energia di quanta riesca a trattenerne; secca ed efficace, s’impenna fulminea aprendo squarci sul mistero – il mistero dei cani, certo, e il mistero del tempo, dello spazio, della coscienza. “Ma quello che i pesci non riescono a vedere è il falco pescatore che vola sopra di loro, disegnando un cerchio indolente di fame sull’acqua. Quando scende in picchiata e strappa un pesce dalla sua morbida stanza, io lo so – ogni creatura fa del suo meglio per difendere la propria vita. La morte attende appena oltre il pericolo che noi possiamo immaginare.”

Poi c’è la partitura delle voci – utilizzo un termine musicale non a caso, la scrittura di Humpreys somiglia a una melodia perennemente tesa e che di rado stona. Consentendo a ciascun personaggio di narrare il proprio punto di vista l’autrice canadese riesce far apparire la vicenda – di per sé piuttosto improbabile – abbastanza veritiera da turbare. La polifonia non serve a caratterizzare i protagonisti, che pure sfoggiano ciascuno un tono peculiare; si tratta invece di rendere conto, tramite diverse sensibilità, d’un accadimento al di fuori d’ogni norma il quale necessita, per essere meglio compreso, d’un lavoro ai fianchi, di un’esegesi progressiva e aggirante. Migrando dal cerchio magico della civiltà i cani ne mettono in discussione la giustizia, ne scuotono basi e presupposti. C’è qualcosa di profondamente offensivo, per gli uomini e la loro boria intellettuale, nel fatto che i cani li abbandonino al loro destino e tornino all’inclemente verginità della selva. Allontanandosi, i cani scavano nelle vite degli uomini un buco; agli uomini viene a mancare il senso, e quando ciò accade gli uomini sono finiti.

Il vero fulcro del libro sta dunque nell’ambiguità. La fuga dei cani riattiva nei padroni una serie di dubbi rimasti sopiti, dubbi arcaici che la civiltà cerca con discreto successo di addormentare. Uno su tutti: chi è l’essere umano? Un uomo, una donna, un ragazzo, chi sono davvero? E quanto di ciò che credono di essere corrisponde alla verità, sempre che la verità medesima sia decifrabile? E’ in questo terreno minato, in questa zona nebulosa che Humpreys dà il meglio di sé; con pensieri rapidi e ficcanti ella insinua che ciò che ci sforziamo di perseguire è spesso fasullo, fragile e mendace, un castello di carte che basta poco a far crollare – basta che sei cani scappino nella selva contestando l’ordine civile, la sua ottusa ripetizione. Ma Humpreys si spinge avanti, poiché adombra l’ipotesi che lo stato di natura sia in fin dei conti il più appropriato, il più prossimo all’integrità. Non cade però in alcuna posa ingenua; del resto nel XXI secolo chi può più permetterselo? Se la civiltà è menzogna, infatti, la natura è enigma, crepaccio buio e freddo, qualcosa che oramai ci è ignoto e remoto; e l’uomo civilizzato lo sa. Ecco il problema: l’uomo ha forse compiuto un cammino di millenni solo per comprendere d’avere sbagliato strada? E se la strada che abbiamo imboccato è sbagliata, quale sarebbe quella giusta? Che la semplice ribellione di sei animali domestici scateni una tale ridda d’interrogativi è la stella che il libro può con orgoglio appuntarsi sul petto: “Che cosa vediamo il più delle volte quando guardiamo un animale selvaggio? Lo vediamo correre via da noi. La verità della nostra comunione con la natura è nell’uccello che si leva dall’albero, nel bianco della coda del cervo mentre si dilegua nel bosco. Inventiamo una storia per unire insieme tutte queste fugaci apparizioni. La storia può anche non avere nulla di vero, ma il momento lo è e, per qualche ragione, ci è insopportabile vivere solo nel momento. Forse temiamo che la vita stessa sia fugace e imperscrutabile come il lupo che fugge dietro la barriera degli alberi. E il solo pensiero quando vedo il lupo allontanarsi veloce da me è: se solo rallentasse un po’ riuscirei a vederlo meglio, più a lungo, allora potrei imparare qualcosa su di lui. Potrei riuscire a capirlo.”

Ps: desidero applaudire la piccola casa editrice Playgrond, assorbita qualche anno fa da Fandango. Ogni anno alla fiera della piccola e media editoria di Roma acquisto un libro presso lo stand di Playground: due anni fa La bella stanza è vuota di Edmund White, l’anno scorso Mytserious Skin di Scott Heim, quest’anno Cani selvaggi di Helen Humpreys: non mi sono mai sbagliato. Anche le copertine e la grafica meritano. Bravi!

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