Mercoledì, 16 Dicembre 2015 14:26

Sarah Braunstein ci insegna a non dimenticare chi siamo

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Sarah Braunstein Sarah Braunstein

Il dolce sollievo della scomparsa di Sarah Braunstein (66TH A2ND editore) è una via di mezzo fra un romanzo e una raccolta di racconti. Si tratta di storie unite da alcuni fili, il più robusto dei quali consiste nella vicenda di Leonora. Leonora ha dodici anni, è bella, dolce, intelligente e attesa da una sorte atroce; noi lo sappiamo fin da subito ma l’autrice rimanda, c’inganna, c’illude, ci spezza il cuore. Lo fa però con una poesia, una delicatezza e una profondità che ci consentono d’accettare quel che accade alla ragazza. “Tutto ritorna. Avrebbe voluto dirlo ai suoi genitori, al fratello, alla nonna, ma sapeva che non avrebbe avuto la possibilità di dirglielo. E non è buffo? Che questo albero è quell’albero e questa ragazzina è quella ragazzina. Che per tutto il tempo credi che siano due alberi diversi, o un milione di alberi diversi, ma in realtà è un solo albero gigantesco che è stato diviso più e più volte. La cosa buffa è che uno deve capirlo da solo, e che quando l’ha capito è ormai troppo tardi per dirlo.” Del resto la buona letteratura, fin dai tempi della tragedia greca, funge da camera di decompressione per l’inconscio; esplora le infinite possibilità del reale, specie le più tremende, e le porta a compimento in un mondo che non esiste; sgancia la bomba nucleare nello spazio profondo, remoto dalle nostre fragili esistenze; ma non poi così remoto.

Gli altri fili che tengono assieme il libro sono tenui, a volte pressoché invisibili. Sarah Braunstein dipinge un affresco d’umanità varia in cui, a dispetto del titolo (infelice, i titoli azzeccati sembrano in via d’estinzione), non è la scomparsa a prevalere bensì la lontananza. Tutti siamo lontani da tutti ed è raro che le nostre vite si sfiorino, quasi impossibile che si tocchino. I personaggi di Braunstein galleggiano in un vuoto che persiste nonostante i loro numerosi e casuali (casuali?) incroci, con qualche raro ma fulgido attimo di redenzione: “Che sorriso! Era un caffè all’alba. Era un bagno caldo, no, un letto. Era – che altro? Era un uccello su una cancellata al sole, qualcosa di precario che è sé stesso fino in fondo. L’aveva aspettato quel sorriso, che poteva voler dire diverse cose. Quello che diceva in quel momento era: sei spacciata, ragazza mia, ma perlomeno siamo sulla stessa barca.”

Il libro è un compendio delle nevrosi contemporanee, ma non si limita alla diagnosi né si appiattisce sulla disperazione; ricerca le cause e azzarda una speranza che è come un lembo d’azzurro in un cielo cupo. Thomas ogni giorno spia con la pudicizia dell’amore la casa d’una bella donna rimasta sola col figlio piccolo, vergognandosene e nutrendosi della propria vergogna; Judith, cresciuta da una madre insicura e insoddisfatta, sfida le regole e il perbenismo fino a rischiare la pelle per poi ripiegare su un’ordinaria quotidianità borghese, rotta un giorno dall’arrivo di un bizzarro giramondo; Paul fugge da una madre ingombrante e confusa per finire tra le braccia di un’estranea e poi fra quelle d’un poeta da strapazzo, e alla fine s’infligge un’accusa infamante e incomprensibile; Sam strappa un appuntamento con la magnifica Helen ma le circostanze lo strappano via da lei, che lo attende nuda nel bosco, per spingerlo incontro a una ragazza che non sembrerebbe riservargli nessuna attrattiva; e tutti questi personaggi tornano, vanno via, tornano di nuovo, intersecano le loro vicende per poche pagine, per molti anni, per qualche ora; è Leonora, la bambina sventurata, che tiene assieme ogni capitolo, ogni pagina e ogni rigo, è lei il minuscolo ma saggio pastore dello smarrito gregge umano: “I morti, gli scomparsi, vogliono che i loro nomi siano pronunciati. I vivi non lo sopportano. O forse è il contrario?”

La lontananza più della scomparsa, dunque; e cosa più lontano della giovinezza, una volta che giovani non si è più? Forse nello iato che noi stessi scaviamo crescendo si gioca il senso del libro. Un peccato originale ci condanna non alla morte ma alla dimenticanza di noi stessi, a dimenticare la ricchezza della nostra natura; e l’unica chiave per trovare il tesoro perduto consiste nell’aprirsi all’altro, mi verrebbe da dire nella carità (“La carità è questa chiave!” afferma ad un tratto Rimbaud nel ghiaccio e nel fuoco della Saison en enfer, con un’autorità che ci obbliga a credergli). Carità non è pietismo né elemosina. Carità è ascolto. Carità è accoglienza. Carità è – anche – fiducia, benché la brutta sorte di Leonora sembrerebbe indicare il contrario. Sarah Braunstein non descrive un mondo ideale e nemmeno un mondo buono; nel suo stile di velluto non c’è nulla di oleografico. Siamo monadi gettate su un piano inclinato verso l’abisso, ma forse possiamo unirci e cadere insieme e scoprire che l’abisso – come Leonora all’ultimo comprende con ingenua, limpida chiarezza – non è crudele come temiamo. Forse dobbiamo deciderci a morire, per vivere; ecco la lezione per certi versi mistica di questo commosso, dolente romanzo: “Era sotto l’uomo. A letto lei riusciva a vederlo, l’adolescente: giaceva lì come un corpo dentro il corpo, remoto come un cadavere, ma non era morto. Se lui avesse perso il ragazzo che aveva dentro, forse la ragazza che era dentro di lei (quella cosa affamata, sgraziata, sporca, taccheggiatrice, amante di brividi insulsi, rosicchiatrice di unghie, artista della fuga) sarebbe svanita nello stesso modo. Era come se la presenza del ragazzo in lui confermasse la presenza della ragazza in lei, e ciò era causa di grande delusione, perché lei quella ragazza voleva esorcizzarla. Voleva vederla impiccata, voleva che qualcuno la pungolasse con un bastone, voleva una cerimonia pubblica, una folla che la facesse fuori una volta per tutte. Erano distesi nel buio. In fondo al corridoio, la loro bambina sognava battelli che imbarcavano acqua, buchi negli scafi che tappava con il chewing-gum.”

 

Ultima modifica il Mercoledì, 16 Dicembre 2015 14:38
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