Lunedì, 07 Dicembre 2015 11:30

Fenomenologia della campagna, da Gaber a Cotugno

di 
Toto Cotugno Toto Cotugno

Per chi suona la campagna. S'alternano, in questa puntata dedicata interamente alla dicotomia città-campagna, visioni del mondo rurali contro quelle metropolitane e cementificatrici. Le seconde, essendo politicamente scorrettissime, vengono interpretate in chiave ironica dai due geni che leggerete di seguito. Buon divertimento. [leggi tutte le puntate di Brevinote]

Il ragazzo della via Gluck / Adriano Celentano

Pubblicazione: 1966
EtichettaClan Celentano ACC 24032

Christoph Willibald Gluck è un compositore austriaco vissuto nel XVIII° secolo, immortalato non tanto per le proprie arie, ma per essere il responsabile di una delle rare canzoni toponomastiche della storia della canzone italiana (Tra le altre ricordiamo Via Paolo Fabbri, 43 di Francesco Guccini, Corso Buenos Aires di Lucio Dalla, Via Margutta di Luca Barbarossa, Via del Campo di Fabrizio De Andrè). Celentano mette in discussione, a metà degli anni '60, l'ottimismo imperante all’insegna di cambiali, petrolio, polipropilene e cemento, ponendo, sia pure nelle note modalità infantil-popolari, la pregiudizale ambientalista. Il protagonista della storiella, autobiografica ma cantata in terza persona, lascia la stradina negli anni '50 ancora non urbanizzata, per la città vera e propria, dove si fa i soldi (non è specificato, nella narrazione, grazie a quali traffici). Dopo otto anni, il protagonista, che chiameremo per ragioni di privacy con le iniziali A.C., torna a via Gluck per valutare un investimento immobiliare, ma con grande sgomento non trova né la sua prima casetta, sommersa dal catrame, né i suoi amici. Amici per modo di dire, visto che negli ultimi otto anni, evidentemente, non ci fu manco una telefonata di aggiornamento su loro e sullo stato del quartiere. Via Gluck è oggi una strada, come allora chiusa tra via Lunigiana e via Lesa, semiperiferica e a un passo dal muro della ferrovia da cui può sentirsi il treno che fa wa wa. Se avete un quattrocentomila euro da investire, la casa di Celentano non è affatto sommersa dal catrame ma è ancora lì, solo abbisognevole di una ristrutturata, al numero 14.


La risposta al ragazzo della via Gluck / Giorgio Gaber

Pubblicazione: 1966
Etichetta: Rifi

Nonostante l'aspetto fisico da macchietta triste, il nome di battesimo da antiquariato e la collocazione da grigio notabile Dc, Amintore Fanfani ebbe più d'uno scatto progressista, tanto da poter essere considerato uno dei padri del centro-sinistra. Che questo sia poi più una grave responsabilità storica più che un merito, è altro discorso. E comunque, nel 1961, Amintore, da presidente del Consiglio, con uno di quegli scatti progressisti firma il famoso (allora) Piano verde, per gli amici Piano di sviluppo agricolo, con cui si mirava a rilanciare il settore. Il Piano verde viene citato nella Risposta al ragazzo della via Gluck, fulminante rovescio del monumento di Celentano, come causa di un disastro economico ed esistenziale. Il giovanotto protagonista del brano, con uno stipendio e l'anziana madre a carico, vive in una dignitosissima casa di ringhiera del tutto simile a quella di via Gluck, e affutura fiduciosamente cambiali, matrimonio e casa. Ma un giorno arriva una specie di ufficiale giudiziario, un irremovibile tipo astratto, che annuncia l'espropriazione. In virtù del Piano verde di Amintore, il palazzo va demolito e al suo posto dovrà sorgere un prato. In breve tempo la vita del giovane va a rotoli; muore la mamma, perde la casa, e di conseguenza la morosa, innamorata ma non fino al punto da seguirlo sotto i ponti, lo molla. Nel parlato finale, il signor G disquisisce: "E' ora di finirla di buttare giù le case per fare i prati. Cosa ci interessano a noi i prati? Guarda quello lì doveva sposarsi... Gli han buttato giù la casa non può più sposarsi. Roba da matti. Io non capisco perché non buttano giù i palazzoni del centro quelli sì che disturbano, mica le case di periferia". L'invettiva anti-ambientalista non è affatto polemica nei confronti di Celentano, amico di Gaber, tant’è che la Risposta al ragazzo della via Gluck segue due cover pedisseque e calligrafiche del più famoso brano di Celentano pubblicate da Gaber nello stesso 1966.


Voglio andare a vivere in campagna / Toto Cotugno

Pubblicazione: 1995
Etichetta: Emi

Dopo aver fatto ciccia di porco negli anni '80, anche con canzoni sub-appaltate, Toto Cutugno si riaffaccia al Festival di Sanremo nel 1995, quindi in piena era brit-pop, pensando di cavarsela con la consueta formula nazionalista, luddista e conservatrice. Il giochino non riesce, e il nostro si piazza diciassettesimo su venti. Non attecchisce quindi questa nenia, caricatura di vecchi fasti e ispirata alla via Gluck di Celentano, ma con un clamoroso tappetino sonoro gipsy. La storia è quella di un tizio (nipote di nonno Silvio!) nato in campagna, dove c'è festa, e trasferitosi purtroppo in città, dove "la nevrosi e generale e la confusione che ti assale ti butta giù". La canzone è universalmente riconosciuta come una delle più orrende della storia dell'umanità. Su tvblog.it la condanna è impietosa: "Al di là del coretto imbarazzante, Toto Cutugno, uno che ha fatto collezione di secondi posti al Festival, con un amarcord agreste a metà fra l'Arcadia e il ragazzo della via Gluck dà il peggio di sé: Voglio ritornare alla campagna / voglio zappar la terra e fare la legna / ma vivo qui in città, che fredda sta tribù". Va comunque apprezzata la potenza linguistica ed evocativa del titolo, marchio fortissimo. Provate a pronunciare, in un contesto collettivo, la frase "Voglio andare a vivere in campagna". Il coretto, automatico, s'alzerà per qualche secondo, nonostante si tratti di una canzone per il resto dimenticata per il naturale istinto di rimozione delle esperienze dolorose o negative.


La vita in campagna / Stefano Disegni e gli Ultracorpi

Pubblicazione: 1996

Trattasi di perla rara e manifestazione suprema dell'umorismo realista romano, che negli anni '90 produsse notevoli band demenziali (Tra gli altri, Latte e i suoi derivati e Santa Rita Sakkascia). Personaggio stratosferico – basta con gli aggettivi roboanti – disegnatore, autore televisivo, attore e armonicista blues, Stefano Disegni trova il tempo di fondare gli Ultracorpi, ospiti fuori concorso al Festival di Sanscemo del 1992 e esecutori di rock onestissimo. Nel 1996 incidono il loro maggior successo (si fa per dire), La vita in campagna, in cui Disegni, dopo aver tratteggiato brevemente le bellezze della vita agreste, al minuto 1.35 sbotta, bestemmiando la religione del biologico e del naturale, diffusissima negli anni '90, e urlando che la vita in campagna in fondo è una palla, preferendogli giustamente televisore, videoregistratore, acquisti, taxisti, cinemino, pop corn, gelatini, feste, palestre, commesse e compresse.

Ultima modifica il Lunedì, 07 Dicembre 2015 13:34

Articoli correlati (da tag)

Chiudi